COLLARE AD INTERIM.

Avevano programmato quell’incontro da mesi poi, si sa come accade con certe cose… Vanno come devono andare. I biglietti aerei erano stati acquistati in un impeto d’entusiasmo (la prossima volta, qualunque cosa e con chiunque dovesse accadere: muovete il culo e andate a Wonderland!) e attaccati al frigo con un magnete. “Probabile scopata”, c’era scritto.
Tanto per buttarsi via. Quando ci si sente di non valere un cazzo… Bisogna darsi conferme.
Nel frattempo, dicevamo, c’erano stati malintesi, problemi di comunicazione, scazzi, il colpo di fulmine per Batman, un cuore spezzato, la voglia di sparire nel nulla. La morte apparente.
Robetta, insomma… Quel che capita a tutti nel giro di pochi mesi.
Ah no? Dite di no? Ad Alice, si.
Sfigatta d’una Stregatta.
A ridosso della partenza, lui tornò a farsi vivo. Ripresero a chattare.
Niente, lui le piaceva. Ancora. Pura attrazione fisica, la sintonia mentale era lontana, il cuore fermo all’11 dicembre: condizione perfetta per un “SenzaImpegno” coi controcazzi.
Lui la intrigava, aveva quel non so che di animalesco da farle venir voglia di stare nuda in sua presenza. In ginocchio ai suoi piedi.
Non male come fine, che di inizi non ne vuole sentir parlare in nessuna lingua del mondo.
Arrivò il giorno ICS. Si incontrarono in una stazione in culo al mondo, lei pensava “ChiCazzoMel’HaFattoFare”, lui credo PureForseQuasi, ma la scintilla scoccò, la chimica non è acqua e finirono a baciarsi incollati a ridosso di una parete come due gechi in calore. Che non è male come metafora, per un’amante di rettili dal profondo significato simbolico e anfibi; tra l’altro lui ne calzava un paio notevoli. (GiochiDiParole…)
Dopo un lunghissimo bacio e mani esploratrici, un sorriso imbarazzato e i convenevoli di presentazione, in ordine rigorosamente sparso, montarono in auto e partirono per questa full immersion di DueGiorniConUnoSconosciuto. Olè.
Entrarono in casa, le mostrò la sua camera, le afferrò la mandibola e le sibilò. “Spogliati, ti voglio nuda in salotto tra tre minuti.”
I convenevoli erano apparentemente terminati. Sorrise. Si spogliò e seguì il suono della sua voce che la chiamava… Non per nome.
La fece accomodare sullo sgabello davanti alla specchiera, a gambe divaricatee, come promesso, iniziò a truccarla.
Gli occhi bistrati di nero, la pelle bianchissima, rossetto e smalto neri: un incrocio tra un panda e la sposa cadavere.
Le legò i capelli in una tiratissima coda alta, le infilò alte polsiere in pelle e… Dulcis in fundo… Le fece indossare un magnifico collare.
Non il Suo collare, uno che usava per i giochi. E dire che era stato il suo desiderio per tutto il 2013 e parte del 2014: IL Collare dell’Appartenenza. Ma il destino faceva un po’ come cazzo gli pareva. Si sorrisero allo specchio.
“Non sei il mio tipo”, disse lui
“Nemmeno tu, neanche un po’”, rispose lei. Ma fremeva di desiderio.
La prese per mano, tremava e la fece inginocchiare davanti al divano in pelle sul quale si accomodò.
Era nudo, completamente depilato, con un’evidente erezione.
Non mosse un muscolo, non profferì parola, appoggiò il mento alle mani e la penetrò col suo sguardo di brace.
“Fuma, troia”… Ubbidì accettando la sigaretta che le stava porgendo.
Tra una boccata e l’altra, esplorava la sua bocca con la lingua, senza sfiorarla. Solo lunghissimi baci e nuvole di fumo.
Sentì il calore tra le sue cosce liquefarsi e colarle in rivoli umidi.
“- Ti avevo detto che ti avrei fatta impazzire di desiderio, Cagna. Ma facevi tanto la preziosa, la superiore, l’intellettuale. Vero? RIS-PON-DI CAGNA. Vero?
– Si Signore, avevi ragione
– e di cosa hai voglia adesso?
– del tuo cazzo
– credo tu dovrai implorarlo a lungo, cara la mia perfettina. Te lo faccio solo annusare. Forse, leccare. FORSE.”
La afferrò per la coda dirigendola sul suo cazzo, ordinandole di leccarlo senza prenderlo in bocca e senza staccare gli occhi dai suoi.
Fu la cosa più sensuale che avesse mai provato, lì, in ginocchio davanti a lui.
Non desiderò essere altrove. Desiderò solo che quel momento durasse per sempre, che lui la usasse e ne godesse.
“Ti voglio”, sussurrò, deglutendo a fatica. L’emozione le serrava la gola, il collare sfregava, le polsiere stringevano e la figa… La figa pulsava dal desiderio di essere riempita col suo cazzo.

“Ti voglio anch’io. Ho voglia di scoparti come la troia che sei.”
Si alzò, la fece appoggiare al divano e la penetrò, alternando colpi violenti a movimenti lentissimi. Lei era in estasi, godeva come non succedeva da parecchio. Le balenò in mente un ricordo, lo scacciò prima che si materializzasse la mancanza di lui.
(Vaffanculo, fottiti, te ne sei andato. Vado avanti con la mia vita, tu arrabattati con la tua e non rompermi più i coglioni. Te ne sei andato.)
Tornò ad essere cagna, a quattro zampe, a farsi fottere da uno sconosciuto in culo al mondo.
Godette di lui e dell’immagine di se.
Cagna, Femmina, Donna.
Lui uscì da lei rapidamente per sborrarle in faccia e disfarle il trucco.
Sborra e ombretto e rimmel e rossetto le colavano inesorabilmente sul viso, macchiandole il seno con appiccicose gocce bianconere.
La maschera da troia si sciolse tra le lacrime. Lo abbracciò singhiozzando. Lui la strinse fortissimo, baciandole i capelli.
Non capì, o forse si.
Non importava.
Ora era bimba da coccolare.
Tra le braccia di uno sconosciuto.
Era Alice.

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