L’AMORE C’È, MA NON ESISTE.

Esistono due tipi di amori indimenticabili, incancellabili, eterni.

Il primo è l’amore vissuto, consumato, esaurito, stropicciato, finito. Quello che si accompagna insieme, mano nella mano, ad una pietosa eutanasia. Quello che si adagia amorevolmente su una zattera di legno, si cosparge di incenso e petali di rose, su un letto di legno di sandalo. A cui si da fuoco, sospingendo poi la pira in mare. Rendendogli omaggio, abbracciati e commossi, nostalgici e grati per gli anni trascorsi felicemente insieme, riempiendosi i polmoni del fumo acre e dolciastro che solletica gli occhi. Quell’amore che si è trasformato in nostalgia, in lacrime delicate.
Che non son di sofferenza, no, ma di malinconia.
Quell’amore che resta in due persone che si tengono per mano e fanno l’ultimo tratto di strada insieme prima di intraprendere ognuno la propria.
L’Amore che è Stato e non è più.

L’altro tipo è al contrario l’amore non vissuto, immaginato, sognato, anelato, idealizzato. L’amore abortito, congelato sul nascere: cristallizzato.
E, da questo, vi assicuro che è quasi impossibile uscirne interi. Vivi.
Il cuore, esplodendo, spezzandosi e frantumandosi, va ad incunearsi in ogni fibra del tuo essere. Schegge di granata ti si conficcano nella carne dal di dentro. Metallo e vetro.
Ogni movimento ti è impossibile per l’insostenibile dolore che provi: ad ogni passo, ogni gesto, ogni respiro, ogni pensiero. Boccheggi, ti manca il fiato, ti accasci.
Frammenti dolorosi ti scorrono nelle vene come globuli kamikaze, come sadici satiri sempre pronti a nuove torture.
E, per assurdo, mentre il cuore menomato perde battiti e sembra sempre sul punto di fermarsi, dentro di te il flusso di dolore scorre a velocità incredibili. Gira e rigira, dalla testa ai piedi: pulsa nelle tempie, strizza lo stomaco, serra la gola. Cerchi di respirare piano, cerchi di non prestarci attenzione, di ignorarlo in modo che ti lasci stare, che se ne vada… Il dolore, in fondo, è una bestia fedele. Non ti abbandonerebbe mai.
Ma, per il bene di entrambi, dopo l’idillio iniziale in cui ti permette di non morire schiantata dai ricordi, devi scacciarlo.
Io lo faccio scrivendone. Lo esalto e lo enfatizzo.
E tu? Tu come stai affrontando il dolore di questo fallimento?
Dedicandoti anima e corpo alla tua missione suicida, probabilmente. Ne starai traendo anche qualche piccola soddisfazione, temo.
Il ritorno del figliol prodigo, il sacrificio del vitello grasso, i banchetti e i festeggiamenti… I piccoli progressi, un sorriso tirato, un bacio, il ritrovarsi a letto.
Ricostruendo l’incostruibile.
In effetti, ricordo come le migliori scopate della mia vita matrimoniale quelle post-tradimento. C’erano rabbia e voglia di possesso, c’era la mia necessità di marcare il territorio, c’era il bisogno di rivendicare la proprietà. Lui era mio, anche se già sapevo di non sapere più che farmene. Lui era mio, anche se già non lo volevo più.
Ma era mio, punto.
C’erano un sacco di componenti, in quel sesso squinternato, c’era tanto godimento… Ma sai una cosa?
Non c’era più neanche una briciola di Sentimento.

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