STRONZO

Il ronzìo della macchinetta e il sottile dolore dell’ago che penetrava nella carne la stavano cullando, portandola ad un livello di piacevole dormiveglia. Una specie di limbo che faceva vagare la sua mente… Bzzzz
Alternava la visualizzazione del tatuaggio a un milione di pensieri che cozzavano, si accavallavano, sparivano e tornavano ad affacciarsi nella frazione di un nanosecondo…
Bzzzz… Il respiro regolare, l’abbandono al piacevole dolore la distraevano dal suo stato di disperazione e le facevano desiderare sofferenze ben più concrete.
Desiderava stilettate profonde. Segni violacei. Striature e lividi.
Il sibilo della frusta, lo schiocco della cinghia, il fruscìo delle corde a segarle la pelle… Gemiti soffocati emessi attraverso la gag ball, la saliva a colarle dalla bocca semiaperta. Lo sguardo implorante, a pregarlo di smettere e di continuare… L’altalenante bisogno di piacere e dolore.
Pausa e ripresa.
Presa e ripresa. Goduta e usata.
“Ancora…” Gemette
“Manca ancora un’oretta”, pronunciò una voce ovattata che si fece strada tra le sue fantasticherie e la catapultò nuovamente sul lettino nello studio del tatuatore, illuminato a giorno.
Gli sorrise di sottecchi, sorrise tra sè…
Ancora…
Ancora un’ora e finalmente avrebbe avuto il Suo nome tatuato nell’incavo dei reni.
“STRONZO”, perché gli si addiceva.
Stronzo, perché se la loro storia fosse finita, poteva andar bene per chiunque…
Il Suo Stronzo.

STRONZO

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