PAUSA PRANZO

Erano andati a far due passi e a mangiare un panino prima di tornare in albergo. Per dare a quella giornata un’impronta diversa da un incontro prettamente sessuale, per viversi un barlume di quotidianità, come fossero una coppia. Una normale.
Si erano seduti in un angolo appartato di un bar affollato, con impiegati in pausa pranzo e signore in pausa shopping con le amiche.
Il tavolino era tondo, minuscolo, ma tanto non desideravano altro che starsene vicini e incastrati, un ginocchio tra le cosce dell’altro. La mano libera di ognuno impegnata in astrusi linguaggi tattili. Ti voglio, ti sento, ci sono, sono qui, sono con te. Due mani possono dirsi un sacco di cose, il pollice a carezzare ora il palmo, ora il dorso… A stringere il polso… Due mani possono far da controcanto agli occhi che fanno l’amore in mezzo alla gente.
Il ginocchio di lui, premuto sulla figa, lenti movimenti apparentemente casuali, spinte involontarie.
Tant’è, lei non riusciva ad inghiottire un solo boccone. Non aveva fame che di lui.
“Cos’hai Alice, non mangi?” Le sussurrò malizioso mentre le mordicchiava il lobo.
“Se non smetti di stuzzicarmi, potrei venire in questo istante… Cretino”
“Mmmm… Non sarebbe male”, rispose, lasciando la presa della mano e infilandola sotto il suo vestito.
Scostò gli slip e prese a massaggiarle il clitoride col pollice, insinuandosi con due dita nella figa.
Lei trasalì, le gote infiammate da imbarazzo e desiderio.
Deglutì a fatica. La saliva doveva essersi persa e tramutata negli umori che le colavano sulle cosce.
“- Non puoi aspettare di tornare in camera?
– Oh… Mmm… Fammici pensare ( le dita si muovevano, lente ed inesorabili)… Si, posso aspettare per scoparti ancora. No, non posso aspettare per vederti godere come una troia, qui.”
La baciò continuando ad infierire, masturbandola.
Si staccò di scatto e la trascinò in bagno.
La appoggiò al lavabo e le si inginocchiò davanti, le sfilò gli slip e la leccò e succhiò fino a farla sussultare e gemere e ansimare.
Sentiva la lingua e il pollice accarezzarle il clitoride e scoparla, mentre due dita le fottevano la figa e uno si insinuava dietro. Era talmente piena di lui che si sentì sul punto di esplodere di lussuria e gioia e meraviglia. Strinse forte i suoi capelli tirandolo ancor più verso e dentro di lei. Fiotti di umori sgorgarono come pioggia d’estate. Perse la cognizione del luogo in cui si trovavano e godette, due volte di seguito, a pochi secondi di distanza. Ogni orgasmo era più violento e intenso del precedente. Si abbandonò a quelle sensazioni sepolte sotto anni di sesso da intermezzo serale. Non si era mai sentita tanto felice ed appagata come in quel bagno di un bar qualunque, in un giorno speciale.
“Godi, Alice. Voglio tu perda il conto degli orgasmi che mi doni.
Godimi in bocca: ho voglia di berti prima del caffé…”

anita4

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