HO VOGLIA DI CAFFE’. E TE.

Si infilò un vestitino inadatto alla temperatura autunnale di quel luglio da brividi, raccolse i capelli in una coda, si truccò e uscì. tempo della preparazione, tre minuti e cinquantasette secondi.
Non sapeva se lui amasse le sorprese, ma lo avrebbe scoperto presto. Sapeva che era solo in ufficio. Ma aveva voglia di vederlo. Punto.
Tanto, far calcoli e previsioni non seviva a nulla. Si perse, come sempre. Era capace di sbagliar strada con matematica precisione.
Parcheggiò, dandosi un’ultima occhiata allo specchio.
Se tutto fosse andato come doveva, il rossetto non sarebbe durato a lungo.
Trovò il suo ufficio senza problemi.
Bussò e fece capolino.
Lui era al telefono. Ammutolì per un attimo, le fece cenno di entrare e di accomodarsi. Sorrideva? Boh, chissenefrega. Si guardò intorno: un ufficio squallido da far paura. Tutto pulito. Scrivania perfettamente ordinata. Le venne voglia di fuggire.
La conversazione andava per le lunghe. Odiava quando le cose non andavano come se le era immaginate e, ultimamente, era sempre così.
Si alzò e iniziò a bighellonare per la stanza, sbirciò i titoli nella libreria e infine si incantò davanti alla finestra. Non certo per il panorama, ma, come accadeva spesso, la sua mente si impadroniva di lei e la portava nel suo mondo incantato.
Ormai aveva preso residenza a Wonderland. Sfuggiva sempre più spesso a sè stessa inseguendo il Bianconiglio, sorseggiando thè con il Leprotto Bisestile e chiacchierando amabilmente di cose senza senso.
Che, davvero, le risultava difficile trovarne uno. Uno per cui valesse la pena sorridere.
Allora Alice prendeva il sopravvento. Per forza.
Era talmente immersa nelle sue fantasticherie che non si accorse che lui aveva riagganciato. Sobbalzò quando lo sentì morderle una spalla.
Sorrise tra sè e sè.
“-Che ci fai qui?
-Avevo voglia di un caffé, e il lunedì il mio bar preferito è chiuso. Me lo offri tu?”
Per tutta risposta, lui le tirò giù il vestito scoprendole i seni, le mani a coppa. Le strizzò i capezzoli.
“Sicura che sei venuta per il caffé?”
“Si- Gemette- Caffé”
Le sollevò la gonna,frugò nei suoi slip e, trovandola bagnata, le infilò due dita nella figa riprendendo a mordicchiarle il lobo, il collo, la spalla.
Si staccò e andò a chiudere la porta. La serratura scattò. Click.
Il cuore le sobbalzò. Boom.
Le farfalle le svolazzavano nello stomaco facendole solletico.
Non si era mossa. Guardava ancora fuori dalla finestra. Paralisi da panico.
Lui la afferrò e la trascinò verso la scrivania, facendola sedere. Si chinò a leccare e succhiare il suo desiderio. Alice era sulle montagne russe!
In fondo, quello che desiderava stava accadendo. Godeva di quel momento, della sua testa tra le sue cosce, della sua lingua. Era in estasi.
Lui si alzò e la baciò. Aveva il suo sapore sulle labbra.
Era bello. Aveva voglia di lui.
“-Dimmelo!
-Cosa?
-Dimmelo, ripetè mentre continuava a baciarla.
-Scopami” , gli disse mentre armeggiava con la cintura. I bottoni dei jeans. I boxer. Il cazzo.
Era duro e morbido, lo guidò verso la sua figa. Dentro. Finalmente.
Dentro.
Si lasciò andare all’indietro per accoglierlo tutto, fino in fondo.
Amava i suoi movimenti, lenti. Il desiderio cresceva tra un colpo e l’altro. Un tempo infinito. Un piacere senza precedenti.
Cercò di aumentare il ritmo muovendo il bacino, assecondando i suoi colpi, le gambe attorcigliate ai suoi fianchi. Ma lui voleva il controllo.
Non aveva nessuna intenzione di cederglielo. La scopava con un’estenuante lentezza, torturandole i capezzoli che teneva stretti tra le dita. Tirandoli, torcendoli.
Lei non capiva più niente.
Chi fosse, dove… Godeva.
Erano piacere, erano ansimi e gemiti, erano urla e silenzio. Sguardi e parole. Erano. Punto.
Non si trattenne ed esplose in un violento orgasmo. Lui si godette le contrazioni attorno al suo cazzo, immobile. La guardava godere. In un’altra dimensione.
Forse, altrove… Forse. Poi la riportò a sè aumentando il ritmo: i colpi sempre più veloci, profondi, sincopati. Aggrappato ai suoi fianchi, godette di lei. Lei lo seguì. Una seconda volta.
In quell’attimo in cui l’orgasmo ti fa perdere cognizione del tempo e dello spazio, mormorò il suo nome.
Sorrise. Aveva scopato proprio con lui. Non attraverso lui.
Si tirò su, lui era ancora dentro di lei. Non era scappato come temeva.
Lo abbracciò forte, si scambiarono un lungo bacio.
Lei pianse.
Lui non capì, o forse si.
A chi importa? Erano lì, davvero, loro due. Senza fantasmi.
Solo loro.
Tornò a casa col sapore dei suoi baci, i segni delle sue mani.
Sua.

CAFFèTE

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