AMANTE MENTE.

La mia mente è tundra glaciale, deserto di fuoco brulicante di vita nascosta, foresta selvaggia, giungla primordiale; la mia mente può essere abisso profondo o picco innevato.

L’effetto è il medesimo: aria così rarefatta o talmente carica di umidità da farti mancare il respiro e soccombere.

La mia mente é come il labirinto del Minotauro, in cui puoi perderti anche se ti aggrappi al filo d’Arianna. Puoi smarrire il senso del tempo e dello spazio, la concezione di te: perderti e, finalmente, ritrovare te stesso, abbandonato e reso, salvato dal tocco della mia mano che ti riporta in superficie, che ti fa capire chi sei e che, in fondo, sei sempre stato mio.

Io, tua.

Anime che si appartengono dall’inizio dei tempi, brutalmente divise e scaraventate in questa strana dimensione che è la vita terrena. Esistiamo in decine di esistenze parallele: cercandoci, non riconoscendoci, brancolando nel buio dell’esistenza. Ma basterà ritrovarci in una sola di queste per riassestare il nostro equilibrio, ovunque esistiamo e sotto qualunque spoglia, mio amato.

I miei pensieri schizzano fino in cima alla vetta dell’Everest e precipitano giù, giù, scapicollandosi in fondo alla fossa delle Marianne.

Si librano nei cieli sereni, vorticano in tempeste perfette, roteano in distruttivi tornado, sfiorano prati fioriti, vagano in lande desolate: cercandoti.

Cercandoci.

Se non avrò successo nella ricerca in questa vita morirò nell’impresa e la mia anima senza pace, affannosamente, rincorrerà le più piccole, splendenti particelle della tua, sparse come briciole di pane nel bosco incantato.

La strega avrà vinto, a meno che tu decida di entrare nei miei pensieri e afferrare la mia mano.

Aggrappiamoci ai sogni infranti come zattere alla deriva nell’oceano: insieme. Ora.

Per sempre.

Annunci

GIOCONDAMENTE GIOCANDO.

Capita, sai, di voler esplorare parti di sè nascoste ai più.
Capita di non accontentarsi di ciò che tutti ritengono sia giusto.
Capita, altresì, di avere bisogno di esprimersi e sbocciare, chè il bocciolo rischia di appassire senza essere mai sbocciato.
Sarebbe un peccato, morire senza aver vissuto. Senza, almeno, averci provato…
Allora, si gioca. Da piccoli si gioca al dottore e all’ammalato, si costruiscono tende in cui nascondersi e raccontarsi segreti, si gioca al “facciamo che ero”…
Crescendo, si gioca ad essere perfetti, omologati, normali. Si crede di poter essere felici solo così. Controllando emozioni, evitando voli pindarici, zittendo “i grilli per la testa”. Poi, poi, poi: alcuni si svegliano.
Un brusco risveglio nel cuore della notte; tutti dormono, tranne te.
Gli altri si alzano, vanno al lavoro, spendono soldi in inutili cose che si accumulano in armadi stracolmi e traboccanti, escono con i soliti amici e fanno stancamente l’amore al sabato sera. Un esercito di automi, omologati.
E tu? Tu hai voglia di correre e ridere a squarciagola e disegnare la settimana col gessetto sul marciapiedi per giocare a campana. Guai a pestare la riga: se no si ricomincia da capo!
Hai voglia di prendere qualcuno per mano e girare, girare, girare vorticosamente fino a far scomparire i confini del mondo e girare, girare, girare ancora seguendo il vuoto della tua testa buttata all’indietro a guardare il cielo e le nuvole che ti seguono immobili.
Girare, girare, girare. Tu giri e il mondo gira al contrario: e ridi.
Ridi a crepapelle e urli a squarciagola guardando la persona davanti a te che sta giocando al tuo stesso gioco, provando le stesse fortissime emozioni. Uguali e diverse. Uniche.
Ridi fino alle lacrime lasciandoti cadere a peso morto, all’indietro.
E ridete e piangete insieme, abbracciati e felici, mentre il corpo senza peso sembra un sacco di patate, ma voi levitate verso un’incosciente stato di estasi.
Felicità cristallina, adrenalina.
Ridi e piangi col cuore che batte all’impazzata, le guance rosse e i capelli scompigliati. L’affano si placa pian piano mentre il respiro torna regolare ed è in quel momento che devi scegliere di non vergognarti di voler vivere così: sopra le righe.
Giocando.
Tu, vuoi giocare con me ad essere felice?

image

ZEROTONDO.

È talmente domenica; per di più calda e opprimente.Ho finito le sigarette e mancano troppe ore per andare a dormire.

Non c’è nessuno con cui parlare, nessuno che sappia ascoltarti, nessuno a cui tu non debba spiegare l’ovvio.

No, non è successo niente.

No, non mi hanno fatto nulla.

Non basta quello che già c’è? Quello che mi hanno già fatto?

Quello che non riesco più ad affrontare perché non dura da un giorno, ma si protrae da anni?

Cazzo… “Attraversare un brutto periodo” presupporrebbe un tempo limitato: qui, altro che 15/18. 

Qui, guerra, fame, carestia e disperazione.

Sono emotivamente a terra. Non ho forze per combattere, per sperare e neanche per farmi scivolare le cose addosso.

Tantomeno per cercare di spiegarmi.

Zero voglia.

Zero stimoli.

Zero.

  

165 KM.

Troppi chilometri separano gli ho dai vorrei. Accorciamo le distanze come possiamo, sorridendo ad uno stupido schermo retroilluminato, digitando parole confuse.

Partono chiamate: voci che corrono nell’etere, rincorrendo voglie insoddisfatte.

Mancanze. Ritorni rimandati a partenze future e arrivi a termine.

Dura tutto troppo poco.

Ed è dura.

Dura non averti qui tra le mie braccia e non essere tra le tue.

I giorni si susseguono: infinitamente lunghi, senza una data da segnare in rosso sul calendario. Stillicidio di quando, voglia di dove. Bisogno di te.

  

CORAGGIO DA VENDERE.

Abbiamo tutti coraggio da vendere, ma nessuno che se lo compri. È un articolo fuori mercato. Richiede impegno, forza, dedizione, scellerata incoscienza!Bisogna forzare il destino, sbarrato dietro milioni di “non ce la farai”, armati del grimaldello della speranza come un componente della Banda Bassotti.

Impacciati, mascherati dietro a un sorriso di circostanza con le lacrime che affiorano e premono per uscire: più le ricacci indietro e più queste premono per sgorgare e appannarti la visuale di quello che vorresti, che stai cercando di iniziare, compiere, portare a termine. I tuoi progetti sono timidi e non vogliono farsi trovare.

Ti siedi sfinita, appoggiando la schiena a quel portone sbarrato, gli occhi al cielo.

Ma non ci sono risposte, tra le nuvole bianche di questo cielo terso sotto il quale ognuno combatte la propria battaglia contro il tempo.

Ma poi, poi… Arriva lei.

Lei, che decide di punto in bianco di barattare una vita di agi, ma priva di brividi, con la propria, perché quella non le appartiene più.

Pota l’albero del destino dai rami secchi, lo disinfesta dai parassiti e lo scuote. Lo scuote forte per farne cadere mele marce e raccogliere i frutti di un futuro tutto da scoprire. Da scrivere su fogli raffazzonati usando una penna arcobaleno.

Svuota i cassetti dei sogni di un altro e ne riempie sacchi e sacchi neri. Fa una cernita di pensieri e vestiti.

Si lascia alle spalle una noiosa tranquillità, cene e diamanti, vestiti firmati e accessori di lusso. Abbandona tutto quanto di materiale possedeva, perché le catene dell’agio sono pesanti per chi ha voglia di librarsi verso la libertà. Non sarà facile, non sarà immediata, ma sarà una conquista solo sua.

Sarà l’inizio di un radioso avvenire.

Intanto, appoggia la testa al cuscino con il quale è partita, si appisola sognando.

Leggera come l’aria che le scompiglia capelli e certezze, pensieri e sogni; quella brezza è la carezza che la vita ti concede quando hai speso la tua dose di coraggio.

Quella che tutti noi teniamo in serbo per un giorno speciale. La stessa che molti non useranno mai per paura di sprecarla, non sapendo che, invece, più lo farai e più si rigenerà, moltiplicandosi all’infinito.

  

UN COLPO AL CERCHIO E UNO ALLA BOTTE.

Sono un compasso sbeccato, un goniometro rotto, un righello sbilenco.Sto nell’angolo di un circolo vizioso.

Aspetto che la ruota giri, che smetta di essere una gogna, che gli ingranaggi si disincastrino.

Cerco di lubrificare le rotelle dentate.

Mi ferisco con gli spuntoni.

Non mi raccapezzo.

Vago, smarrita.

Mi perdo tra i metri di paragone.

Mi ritrovo in un sospiro, mi riconosco in un sorriso.

Non ricordo più chi ero.

Meno di adesso, moltiplicata per te, divisa tra due fuochi.

Non so chi sono diventata.

Immagino ciò che sarò e che adesso non mi è dato sapere.

Voglio ciò che merito.

Più o meno, circa-meno-quasi:

…”Una delirante felicità”!!!

  

GustiAMOci.

Bacio leggero che sa di tenerezza, appena accennato a fior di labbra dischiuse. Aperitivo che apre lo stomaco.

Lingua carnosa, invito suadente, promessa d’amore.

Salive mischiate da lingue intrecciate.

Sapore di te che titilla papille gustative impazzite: emozione sensoriale.

Fame. Bocche spalancate a divorarsi di passione.

Morsi voraci, labbra dolenti, lingue instancabili.

Baci, baci, milioni di baci in un crescendo di passione, da gustarsi ad occhi chiusi e anime spalancate.

Sapidi fremiti.

Pregustando altri sapori, man mano che scendiamo, bacio dopo bacio, a dissetarci alle rispettive fonti del piacere di Sheakspiriana memoria.